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'Ape regina': storia di una censura kafkiana

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Il periodico ABC, il 4 novembre 1962, pubblica un articolo corredato da foto di set e di scena sulla lavorazione del primo lungometraggio che Marco Ferreri gira in Italia. Oltre ai pettegolezzi – pare che la fidanzata di Tognazzi, l’attrice Margareth Robsan, abbia avuto un diverbio finito a graffi in faccia con Marina Vlady che interpreta Regina, la protagonista – c’è la trama del film e chi scrive, già dalle prime righe, pone, accanto al nome di Ferreri che si definisce un demistificatore, la parola censura, riferendosi ai film girati in Spagna (El pisito, Los chicos, El cochecito). 

Le lunghe e penose vicissitudini censorie che colpiscono sia l’editore Carocci che pubblica la sceneggiatura con il titolo Matrimonio in bianco e nero, sia successivamente il regista Marco Ferreri e la casa di produzione Sancro Film, sono riportate, passo passo, sulle maggiori testate giornalistiche dell’epoca, raccolte scrupolosamente da Giovanni Calendoli.

Il caso - che evidentemente suscitò molto scalpore - si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati, ma l’epilogo rappresentò una sconfitta per la libertà d’espressione; il film, dopo due divieti di programmazione, ottenne il nullaosta alla fine del marzo 1963, uscendo in sala massacrato dai tagli e in apertura, il regista fu costretto ad aggiungere una dichiarazione paradossale che, nelle intenzioni dei censori, avrebbe dovuto disinnescare la carica sovversiva dell’opera.

A nulla è servito che Ferreri, al secondo ‘no’ della Commissione, appoggiato dal produttore Goffredo Lombardo, il 2 febbraio 1963, presentasse il film, in visione integrale e privata, ai padri gesuiti di Napoli, al Centro cinematografico Gustavo Lombardo (padre di Goffredo); all'unanimità i presenti ritennero ingiustificato il divieto di programmazione del film. Ne dà notizia La Stampa.

Poco prima, il 31 gennaio, L’Unità, in risposta al secondo divieto, pubblica parte dei dialoghi della sceneggiatura originale. Inoltre, riporta alcune delle domande sprezzanti che il giudice ha rivolto al regista, apostrofandolo ironicamente, durante il processo e una dichiarazione di Ferreri stesso:

«Pensa che il film sia arte?», «Voleva lanciare un messaggio lei?»

«Alla sua base» – ha detto recentemente Ferreri – «non c’è un’esigenza precisa. Non è certamente un film a tesi, il nostro. Hanno detto che L’ape regina è un film contro la famiglia, contro l’istituto familiare. Sciocchezze. Semmai alla sua origine c’è un malessere generale sul matrimonio. C’è qualcosa che non funziona nel matrimonio, oggi».


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