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Cannes 1967-2017: la prima volta di 'Blow-Up' sulla Croisette

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La Cineteca porta il restauro di Blow-Up nelle sezione Cannes Classics, a 50 anni dalla Palma d'Oro del 1967. Dalla rassegna stampa italiana e francese d'epoca conservata nei nostri archivi, l'accoglienza a Cannes 1967 e l'esordio del film nelle sale italiane e francesi.

Il capolavoro di Michelangelo Antonioni a Cannes:


"La competizione di quest'anno a Cannes sembra, in ogni modo, che sarà giocata seccamente, a l'ecarté, tra Antonioni (Blow-Up) e Bresson (Mouchette). [...]
Ho visto già due volte
Blow-Up, e credo non soltanto che sia un capolavoro, ma, almeno per adesso, il capolavoro di Antonioni. Blow-Up sarà campione insuperabile, indipendentemente dal verdetto dei giurati di Cannes. È un'opera personalissma, di un regista unico e profondamente individualista come Antonioni. Ma il film, parlato in inglese e girato interamente a Londra, con attori e collaboratori inglesi, non è un film italiano: è un film inglese, e che, a Cannes, rappresenta ufficialmente la Gran Bretagna.
[...] Antonioni non è mai stato, nemmeno agli inizi della sua produzione, un artista provinciale, e nemmeno, se Dio vuole, nazionale, ma, staccandosi dai nostri modi allora trionfanti del neorealismo italiano o romanesco, dimostrò subito l'altezza, la tendenza fortemente lirica ed astrattiva della propria ispirazione, e, insomma, la propria natura modernissima e internazionale. Antonioni era internazionale anche col
Deserto rosso, e anche con Il grido. Anche quando girava nei paesi suoi, e anche quando, faccio per dire, parlava in dialetto. Figuariamoci adesso, che dal ferrarese è passato al cockney."


Mario Soldati, "L'esperanto di Antonioni", in L'Espresso, 7 maggio 1967


"Le Festival, qui se termine vendredì prochain, est un peu, pour lui, le Festival de la dernière change: Antonioni n'est apss homme à faire longtemps anti-chambre. Hereusement, il se présente dans le tournoi avec des armes singulièrment affûtées. Blow-Up est l'un des ses meilleurs films, le meilleur peut-etrê. Quand il soetira, dans quinze jours, à Paris, il y a une bonne chance que ce soit le Grand Prix du Festival de Cannes qui soit offert en même temps à l'admiration des spectateurs français. [...]
C'est le peu de la réalité de la réalité, l'incapacité des événements et des objets à porter un témoignage valable, le fragile limite de la vérité objective que dénonce Michelangelo Antonioni par le biais d'une parabole. [...] Le cinéma ce révèle document ans le vouloir. C'est là ce qui fait la valeur exceptionelle de
Blow-Up: de porter témoignage, avec une exemplaire authenticité, sul la révolution silencieuse qui bouleverse jour après jour notre socièté.
On peut ce demander ce qui prèdetinait un Italien de 54 ans à se faire ainsi l'ntermédiaire et le pentre d'une génération, d'une nation, d'un moment de l'Histoire qui lui sont étrangers. Beaucoup de choses à vrai dire, et, surtout, une option morale et une méthode de travail
".


C. Mauriac, "Blow-Up, le film plus attendu du Festival de Cannes", in Le Figaro littéraire, 8 maggio 1967


"Est-ce parce que le vingtième Festival de Cannes a été, dans son ensamble, d'une qualité supérieure à la moyenne que les jurés ont cru bon de multiplier leurs récompenses? Ou bien est-ce parce qu'au sein du jury l'accord a été particulièrment difficile à réaliser? [...] Quoi qu'il en soit, ce palmères pléthorique n'est guère satisfaisant. Autant on applaudit sans réserves au triomphe de Blow-Up, autant l'hommage 'unanime' (un de plus) rendu à Bresson pour Mouchette apparaȋt comme un 'coup de chapeau' dérisoire, compte tenu de la qualité de l'oeuvre".


J. De Baroncelli, "Triomphe mérité pour Blow-Up d'Antonioni". In Le Monde, 14-15 maggio 1967


"In occasione del Festival di Cannes ho rivisto Blow-Up per la terza volta. Ho già detto che considero questo film, fino ad oggi, come il capolavoro di Antonioni. [...] Tutto quello che i critici hanno detto e continueranno a dire di questo film non corriponde assolutamente al suo senso più semplice, che è quello di un'educazione sentimentale ed umana, definitiva ed irreversibile [...] perché rappresenta un deciso superamento dell'esperienza fenomenologica, una condanna, anche se inconsapevole e anche se involontaria, dell'estetismo. 'Blowing up', e cioè ingrandendo la realtà fenomenologica, Thomas e Antonioni scoprono che cosa c'è 'dietro' quella facciata così bella e così insulsa. Scoprono che nella vita, c'è 'ben altro'".


M. Soldati, "Il fotografo della morte", in L'Espresso, 21 maggio 1967


L'uscita del film nelle sale italiane e francesi:


"[...] M'era sembrato d'intuire il disegno di Antonioni nel girare Blow-Up. Un ritratto d'artista, senza dubbio. L'idea non è nuova, ma dopo Joyce, che ci aveva mostrato The Artist as a young man, e dopo Dylan Thomas, che aveva corretto: as a Young Dog, perché non spingere più avanti, e accettare l'artista come cucciolo fotografo – fotografo di moda, naturalmente? [...]
Ma un fotografo che gira in Rolls Royce, via, com'è possibile? Chiese un tale. Niente affatto rispose Antonioni, a Londra è possibile, io ne ho conosciuti un paio. Una signora domandò se la scena delle modelle nude era stata tagliata, a Cannes: a Londra le era sembrata più lunga. Nessun taglio dichiarò Antonioni. E aggiunse arguto: è chiaro che lei voleva vederne di più. Il pubblico rise, e fu la sola volta. Io non risi, rividi Antonioni come m'era apparso la notte prima, verso le due del mattino. Me l'ero trovato davanti all'improvviso, nella rue d'Antibes buia e deserta. Camminava a grandi passi verso di me, insieme con Carlo Ponti, loro due soli, non vedevano nessuno, quasi ci scontrammo, sparirono. Gesticolavano. Avvertii una singolare relazione, fra i due, non il solito rapporto mercantile fra produttore e regista. Una complicità incalcolabile e non senza precedenti illustri. Potrebbe essere un personaggio faustiano Antonioni? Certo, Ponti sarebbe il suo Mefistofele ideale, e non solo perché fischietta sempre, come nel melodramma di Boito. Ma allora
Blow-Up potrebbe esserlo, un oggetto industriale perfetto: però firmato, all'interno, col sangue del suo autore, rimasto solo, coi suoi Guerra e Di Palma, fra un gruppo di specialisti anglosassoni. Potrebbe anche essere un ritratto d'artista, Blow-up; ma l'artista giovane, il cane, il fotografo di moda, è Antonioni stesso".


L. Codignola, "Tra Joyce e Dylan Thomas ho scelto Ponti", in La Fiera letteraria, 25 maggio 1967


"Le héros de Blow–Up, le nouveau film d'Antonioni, n'est pas un cinéaste mais un photographe de modes londonien très 'à la mode'. Ce personnage n'a pas été choisi au hasard par cet auteur italien. La brochure publicitaire de cette superproduction Carlo Ponti-M.G.M. dit, en effet:
'Capturant une beauté éphémère, immobilisant un mouvement ou un geste pour créer, à partir d'une réalitè figée un moment, une rèalité différente, les photographes [...] ont donné à la beauté de nouveaux critères', dit Antonioni. 'Par la grâce inesperée d'une seule photo d'un modèle inconnu, ils peuvent soudain faire paraître démodée la plus célèbre vedette internationale'. Et il ajoute: 'Ils ne semblent pas avoir de racines, de passé. Nul ne sait d'où ils viennent'.

La clef de Blow-Up, Antononi nous la donne dès une de ses premières séquences, où le photographe rencontre un peintre abstrait de ses amis, du genre 'tachiste', qui lui dit à peu près: «Sur le moment, je ne sais absolument pas ce que signifient mes tableaux. Je les peint, un point c'est tout. Mais à la longue, il arrive qu'ils prennent pour moi un sens, que j'y découvre par exemple une jambe. Bref, un tableau c'est pour moi un vrai roman policier, une 'detective story'»".


G. Sadoul, "Que tombent ces vagues de brique", in Les Lettres françaises, 8-14 giugno 1967


"Non c'è nulla di meno savio che l'aspirazione a un atto conoscitivo della totalità del reale, quando sia amaramente evidente che bisogna accontentarsi del particolare, di ciò che si svolge sotto i nostri occhi. L'occhio meccanico è più preciso di quello umano; tuttavia va interpretato. Il difficile comincia quando dalla scoperta della cosa, non conosciuta direttamente, si cerca di trascorrere a una conoscenza 'nel profondo'. L'opera dell'artista non consiste più nel cercare di restituirci la totalità dell'esperienza sensibile, ma nel riconoscerne i momenti privilegiati. [...]
Blow-Up è un film che si presta a commenti, glosse, ricami. Non è facilmente afferrabile. È moderno, attuale, non soltanto perché raffigura i fotografi 'op' di Londra, ma soprattutto perché dirige la nostra attenzione verso altri prati ideali, di un verde più intenso di quello dell'East End. Il cinema con il regista ferrarese è davvero diventato adulto".


P. Bianchi, "Non si va oltre i propri occhi", in Il Giorno, 28 settembre 1967


"Il numero delle critiche uscite su Blow-Up mi permette di non raccontarne la trama, accontentandomi di farvi riferimento. [...]
Non siamo più all'idea del mondo sommerso e divorato dalle cose, rappresentata da opere d'arte recenti, e da Antonioni stesso in un altro suo film. Nemmeno la cosa c'è più. Il mondo si è vaporizzato. Il protagonista si perde dentro la selva delle immagini. E tutti, intorno a lui, dappertutto dove entra, si comportano come figure riflesse che sciamano, senza nessun puntello, né oggettivo, né soggettivo. Tutto è messo in dubbio, anche i fatti. [...] Qui il mondo è veramente esploso: nulla dice che vi sarà un dopo differente. La scoperta dell'irrealtà del mondo, il liquefarsi di soggetto e oggetto, per quanto sappiamo dal film, può essere definitiva; scomparse le illusioni, forse è l'unica forma possibile di verità
".


G. Piovene, "Il mondo gira in folle", in La fiera letteraria, 12 ottobre 1967


"Blow-Up vuol dire esplodere, ma eventualmente anche enfiare, e poiché enfiandosi un corpo ingrandisce, in gergo fotografico è usato per 'ingrandimento'. [...] È così che Thomas (l'aderentissimo, calibratissimo David Hammings), giovane fotografo londinese di gran successo, specializzato nei servizi di moda, nell'ingrandire certi rotoli scattati in un parco dell'East-End, intravede confusamente qualcosa di impressionate. [...]
Se Antonioni pone al centro del suo racconto questo nodo giallo, non sarà per seguirlo nei suoi sviluppi e sino alla sua soluzione poliziesca. [...] Quello che importa ad Antonioni non è il cadavere, né il delitto. È la spinta di rottura che quella fantomatica avventura ha sui nervi e sul personaggio di Thomas, preso come paradigma di una particolare esperienza e modo di vita. È il mondo delle generazioni giovanissime che tentano l'affascinante esperienza di ripartire da zero, di bruciare in sé stessi gli schemi, i pregiudizi, i tabù delle generazioni precedenti [...]
".


F. Sacchi, "Nel 'giallo' di Antonioni gli interrogativi della gioventù moderna", in Epoca, 15 ottobre 1967


"L'occhio di Antonioni è uno strumento miracoloso che domina e anima la macchina da presa. L'occhio di Antonioni, fin dal suo primo documentario Gente del Po, non ha mai riprodotto pedetramente la realtà, ma l'ha sempre vivificata conferendole un segno di più. Dai cumuli di immondizia di N.U. all'isola dell'Avventura, dal finale dell'Eclisse al mare rugginoso e alle foreste color ferro di Deserto rosso, questo segno si è dilatato fino a confondere il vero con l'immaginario e, addirittuta, il presente con il futuro. Blow-Up è prima di tutto un grande documentario sulla Londra post-vittoriana e sulla gioventù londinese [...]. Ma Blow-Up può anche essere avvicinato ad alcuni film di un altro 'mago del cinema', ovverosia a due opere di Hitchcock e, precisamente, a La finestra sul cortile (per certe analogie tematiche) e a Vertigo per affinità stilistica. Solo che Hitchcock, alla fine, resta schiavo dei suoi congegni, che sono i meccanisimi della 'Detective Story', mentre Antonioni si avvale di un cadavere che c'è e non c'è in un parco di Londra, non per risolvere un indovinello, ma per riflettere e far riflettere sull'interazione tra reale e il fantastico. In questo sta la sua superiorità sul 'maestro del brivido'".


C. Cosulich, "Cadaveri e no in un parco a Londra", in ABC, 15 ottobre 1967


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