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Miloš Forman, il regista che mette d'accordo comunisti e americani

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In occasione del ritorno nelle sale italiane di Gli amori di una bionda di Miloš Forman – classico di aprile proposto nell'ambito del progetto di distribuzione Il Cinema Ritrovato al cinema – proponiamo la lettura di una breve antologia di stampa italiana d'epoca proveniente dalla Collezione Giovanni Calendoli della Cineteca:


"Hana Brechova nel film Gli amori di una bionda interpreta la figura di una ragazza polacca tipicamente moderna, assetata di nuove esperienze, curiosa di tutto quanto la vita può offrirle".


"La giovane polacca"


"Per favore, andate a vedere Gli amori di una bionda. In questa infame estate ribollente di agenti segreti e di capelloni il film di Miloš Forman vi assicura un'ora e mezzo di ferie intelligenti e spiritose, e vi mette al passo con la cultura cinematografica offrendovi finalmente l'occasione di conoscere uno degli autori più interessanti del nuovo cinema cecoslovacco".


Giovanni Grazzini, "Gli amori di una bionda", in Corriere della Sera, 7 agosto 1966


"In America il film di Miloš Forman ha avuto uno strepitoso successo ed è stato presentato al festival americano del cinema. Ora Forman sta preparando la sceneggiautra di Arrivano gli americani che può essere considerato la risposta di un cineasta di un paese socialista al film Arrivano i russi, prodotto e diretto da Norman Jewison.
Durante una visita a Praga, il marito della principessa Margaret, Lord Snowdon, incontrò Miloš Forman sul set degli
Amori di una bionda. Come si vede, il regista indossava la divisa: infatti ultimò le riprese del suo film durante il servizio militare. La cinematografia cecoslovacca è, fra quelle d'oltrecortina, particolarmente vitale".


Maurizio Liverani, "Il regista che mette d'accordo comunisti e americani", in Tempo, 19 ottobre 1966


"Gli amori di una bionda di Miloš Forman conferma una volta di più l'alto livello tecnico e artistico del nuovo cinema cecoslovacco, nonché la sua originalità nazionale. Con questo vogliamo dire che non c'è niente di commercialmente cosmopolita in questo cinema che mostra di affondare radici profonde nel suolo di una cultura tra le più particolari d'Europa, alla confluenza delle tradizioni culturali slave e viennesi con l'espereinza più recente della rivoluzione socialista".


Alberto Moravia, "Meglio un pianista che mille soldati", in L'Espresso, 18 settembre 1966


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