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Il 'mondo incantato' di Miyazaki: intervista a Valeria Arnaldi

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Valeria Arnaldi, romana, è giornalista professionista, e scrive su quotidiani e mensili italiani e stranieri. Tra i suoi libri più recenti, 101 luoghi dove innamorarsi a Roma, Chi è Banksy? E perché ha tanto successo?, Chi è Obey? E perché fa tanto discutere? Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all'estero, ha scritto e diretto spettacoli e cortometraggi, tra i quali "Dietro le quinte di un bacio" con l'attore Enrico Lo Verso, ed è ideatrice e curatrice di "C'era una volta...", primo festival di Family Artentainment di Roma Capitale.

L'abbiamo intervistata in occasione della presentazione al Future Film Festival del suo volume Hayao Miyazaki. Un mondo incantato, e del lancio della collana "Shibuya", dedicata alle serie giapponesi, che dirige e della quale ha curato anche il primo volume, Lady Oscar.

Come mai una persona come te che ha tanti interessi ma che in precedenza non si è occupata particolarmente di animazione giapponese, ha deciso di scrivere un libro su Miyazaki?

Perché Miyazaki va al di là del discorso della semplice animazione. Io mi occupo di arte contemporanea, e penso che l'animazione, pur essendo stata sdoganata in altri ambienti , venga ancora considerata per certi versi "di nicchia", mentre è uno dei linguaggi del contemporaneo: come tale va comunque studiata, anche in modo trasversale rispetto alle categorie cinema/arte/animazione. Nel caso di Miyazaki è possibile fare un discorso di più ampio respiro, e questo era il momento adatto per farlo, sia per il momento "biografico" di Miyazaki, sia per il momento storico, in cui mi è sembrato opportuno portare l'attenzione sull'animazione come arte - perché da un lato è sempre di più tale, e dall'altro sempre di più la alimenta, e moltissimi artisti guardano all'anime e al manga come fonte di ispirazione.

Qual è stato il tuo primo incontro con Miyazaki?

Il mio primissimo incontro con lui risale a quando fu proiettato al cinema La principessa Mononoke. È passato molto tempo, frequentavo l'università e avevo un amico appassionato di anime, con il quale ci scambiavamo titoli e suggerimenti di visione, e decidemmo di andare a vederlo. Ho incontrato quindi Miyazaki quando ero ancora abbastanza giovane, ma nel tempo ho continuato a seguirlo, anche perché l'animazione mi ha sempre interessato per tutto quello che riguardava per esempio l'evoluzione del segno, e cercavo di vedere tutto quello che per noi rappresentava una novità. In ogni caso Mononoke era un film difficile da dimenticare, da lasciarsi dietro, una volta visto.

Secondo te, cos'è che ha permesso a un autore così profondamente giapponese, e figlio della sua epoca, di raggiungere con tanto successo un pubblico globale, anche quello non appassionato di animazione giapponese?

Per me, è la poesia. Miyazaki ha una poesia dello sguardo che è capace di raggiungere chiunque, che è "naturale" per i bambini ma che è più difficile mantenere quando si è adulti. Riesce comunque a toccare corde che richiamano il mondo della favola, ma al tempo stesso sono profondamente radicate nel reale, corde di sensibilità che comunque sono comuni. Ci rimanda a un immaginario, che poi nel tempo lui stesso ha contribuito a costruire, fatto di sentimenti sostanzialmente universali, e lo fa con questa - non posso che usare di nuovo la parola "poesia", perché credo che sia quella che meglio descrive la leggerezza, la levità del tatto con cui tocca anche temi anche non facili; perché tratta anche argomenti molto difficili e molto forti, ma lo fa in una maniera che potremmo definire "aggraziata" che può non sembrare la parola più appropriata, ma è proprio questo, questa capacità di aprirsi un infinito di sentimenti che in realtà è già dentro.

È vero: come del resto ricordi più volte nel testo, sotto il suo "immaginario" in realtà Miyazaki parla del reale, e alcuni dei suoi film si possono riallacciare anche a fatti di cronaca o eventi storici piuttosto crudi; come si concilia questo con l'immagine dell'animazione come prodotto per l'infanzia?

Questo in realtà è un modo di fare animazione profondamente giapponese; e anche relativamente recente, perché proprio Miyazaki è stato uno di quelli che hanno combattuto la battaglia per un'animazione più "adulta" che si rivolgesse a fasce d'età differenti e che fosse passibile di più letture; tutto quello che racconta può essere visto come favola, come simbolo, come metafora, e ognuno lo legge in base alla sua preparazione culturale ed emotiva del momento. Sicuramente il Giappone ha comunque sempre guardato l'animazione in modo diverso; siamo stati e siamo ancora noi a considerarla un prodotto per ragazzi. Cito spesso "Tokyo Godfathers" di Satoshi Kon, che è una storia anche violenta, forte, difficile, ma che nelle sale italiane è stato proiettato solo il pomeriggio: o non era stato visto, o era stato comunque considerato "animazione, quindi per il pomeriggio", mandando così un messaggio fuorviante anche a chi guardava semplicemente il tamburino del giornale; lo spettatore adulto lo scartava pensando che fosse il classico prodotto per bambini e non andarlo a vedere, altri ci hanno portato i figli trovandosi di fronte a delle realtà difficili da spiegare. Questo è un nostro problema di percezione: l'animazione, anche in senso alto, rimane comunque "cartone animato" con cui si fa passare il tempo ai bambini; in realtà questi sono film, film che scelgono un'altra forma espressiva.

Ma tu che lo hai studiato a fondo, credi davvero che Miyazaki abbia dato l'addio all'animazione?

Io credo che l'ultimo sia stato un film emotivamente molto faticoso per lui, e non mi stupisce che proprio mentre lo faceva abbia deciso di dire stop al cinema, perché comunque è un'opera in cui c'è anche molto della sua vita - o almeno è possibile vedercela - ci sono parecchie rinunce, ci sono interrogativi che secondo me lui pone a se stesso. Credo sicuramente alla pausa, ma è anche vero che ha detto che in questo periodo vuole dedicarsi ai manga, e poi chissà... quando si è così calati in un certo tipo di lavoro - che poi appunto è arte, non è semplicemente mestiere - è difficile anche staccarsene, per cui magari in qualche modo tornerà; non è detto però che non si limiti semplicemente a uno sguardo vigile, che comunque sta già mantenendo sulle cose dello Studio. D'altronde ha fatto anche un discorso di tempi e di attenzione, sa che non potrebbe dedicare la stessa attenzione a un nuovo film; quindi è anche un momento di presa di coscienza del tanto che ha già fatto, e il cui peso forse comincia a sentire un po' sulle spalle.

Due parole sulla nuova collana di cui sei la curatrice, e di cui vedremo le prime copie proprio in questi giorni: qual è il vostro intento con questa serie di testi?

La collana nasce proprio dall'idea di cui si discuteva all'inizio, di proporre uno sguardo critico sull'animazione perché è appunto uno dei linguaggi del contemporaneo: e quindi vogliamo riprendere i grandi lavori con cui sono cresciute generazioni, tanto che i primi titoli sono "Candy Candy" e "Lady Oscar", però proponendone delle letture differenti. Se si va a guardare i libri che ci sono adesso sulle serie animate, normalmente sono libri per fan, in cui si citano i personaggi, si ricorda il piacere della memoria; però non c'è uno sguardo interpretativo, alla ricerca di qualcosa di diverso. Quello che vorremmo far vedere è che già allora l'animazione non era un semplice prodotto di intrattenimento pomeridiano per i bambini, ma qualcosa di molto più complesso e profondo, che comunicava molto di più e che noi ricevendolo abbiamo sottovalutato; che ha comunque contribuito a creare il nostro immaginario, determinati valori di oggi a posto delle basi molto più solide di quanto non ci rendessimo conto. In realtà ha veramente educato le generazioni che siamo oggi.

L'idea è questa e sarà realizzata attraverso il contributo di autori di diversa estrazione; ci saranno giornalisti, esperti di settore, ma anche personalità differenti. " Candy Candy" è stato curato da Lidia Bachis, un'artista la cui ricerca pittorica è legata anche al mondo pop dell'anime e, in particolare, a Candy : ognuno darà una propria lettura con diversi strumenti per proporre sguardi nuovi e spunti di riflessione che speriamo interessanti.

Intervista a cura di Cesare Cioni.