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I 100 anni di Guido Aristarco e Ingmar Bergman

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"Aristarco rifiuta di accettare il cinema come incriticabile; e così difende la critica,
come principio di libertà e diritto-dovere di giudizio".
Carlo Giulio Argan


Guido Aristarco (Mantova, 17/10/1918 - Roma, 11/09/1996) è stato tra i principali esponenti della cultura cinematografica italiana.
Parte del suo archivio – si tratta di circa 780 fascicoli e di oltre 20 faldoni di rassegna stampa – è custodito alla Cineteca di Bologna che in occasione del centenario della sua nascita, ne ha avviato una prima schedatura, rendendo accessibile il fondo ai ricercatori.

Tra i molti registi (Visconti, Antonioni, Fellini, i fratelli Taviani) a cui il critico, teorico e storico del cinema si è dedicato in modo particolare, non poteva mancare Ingmar Bergman, come lui classe 1918. Dall'Archivio Aristarco è emersa una copiosa documentazione sul regista svedese di cui diamo un'anteprima.


A proposito di Il silenzio (1963)


"Giudicare Il silenzio film a sé e in sé compiuto, fuori dal contesto delle due opere precedenti con le quali Bergman proseguì il suo 'cinema da camera' – Come in uno specchio e Luci d'inverno – sarebbe pretendere di analizzare L'eclisse senza L'avventura e La notte. In Bergman, come in Antonioni, ci troviamo davanti a tre momenti di un tutto, il cui soggetto è un succedersi concatenato e interdipendente delle 'avventure' di quel 'gran buco che si chiama anima'.


Dattiloscritto dell'articolo di Guido Aristarco su Il silenzio di Bergman, destinato a essere pubblicato su La Stampa, s.d.


A proposito di Persona (1966):


"'Persona' è il nome latino della maschera che copriva il volto dell'attore nelle antiche rappresentazioni, e variava a seconda dei caratteri rappresentati. Bergman, nel suo film, ha accomunato i destini di due donne, le cui personalità finiscono di sovrapporsi e scambiarsi, allo stesso modo come si sovrappone e si cambia una maschera. Bergman ha raggiunto in Persona risultati inconsueti di raffinatezza, perfezione e maturità artistica. Il film scorre rapidissimo e convincente, la regia è assolutamente inappuntabile, la fotografia perfetta. Liv Ullman, nella parte di Elisabeth Vogler, è una rivelazione".

W. Rosboch, "L'ultimo film di Bergman a Stoccolma giudicato un capolvoro dal pubblico", La Stampa, 19 ottobre 1966


"Au moment où le nouveau film d'Ingmar Bergman, Persona, suscite des commentaires passionnés, le jeune romancier Jean-Louis Baudry se référant lui aussi à la signification du terme ('persona' est en latin, le masque de théâtre) nous propose avec son livre Personnes une forme originale de narration qui est en même temps, comme chez Bergman, une réflexion sur son art et l'ambiguité du JE. Nous avons provoqué, en demandant à Jean-Louis Baudry de voir le film, une confrontation entre la vision du cinéaste et celle du romancier:

«[...] Il y a en effet une ambiguité inhérente au masque qui entraine à deux interprétations possibles. Le masque dont va se recouvrir l'acteur a-t-il pour fonction de supprimer l'expression du visage de comédien afin de laisser apparaitre la nudité du texte, afin de rendre le texte à sa seule dimension, ou bien ne se présenterait-il pas comme une surface immobile et figée que pour évoquer une profondeur cachée? Ce rapport de la surface à la profondeur rappelle le rapport de l'expression à l'intériorité.
Persona est, en effet, un film qui fait apparaitre un conflit de tendences que l'auteur n'arrive pas à surmonter. Le texte, le dialogue (ou plutôt le monologue, car c'est en général un seul personnage qui parle) réfute et détruit souvent l'action signifiante de l'image. Dans les plans ou dans les séquences, on se trouve confronté à l'exsistence simultanée de deux espaces – d'expression et de surface – dont l'un est la négation de ce qui est mis en jeu par l'autre »".


J.-L. Baudry, "De 'Personnes' à 'Persona'. Masque, surface et profondeur", Les Lettres françaises, 19 luglio 1967


A proposito di Passione (1969):


"I film di Ingmar Bergman creano il loro stesso universo. Da alcuni anni ormai, il suo simbolo è un'isola. Così è stato in Persona, L'ora del lupo, La vergogna. Lo stesso dicasi per Passione, l'ultimo discorso di Bergman dalla sua isola 'isolata' da tutto. Non è soltanto la stessa isola, ma anche lo stesso intimo paesaggio e campo di battaglia di forze che Bergman ci presenta ancora una volta. La mancanza di amore fra esseri umani ha il suo equivalente nella violenza esterna. Uno sconosciuto delinquente gira sull'isola, impicca un cane nel bosco, uccide le pecore e dà fuoco alle stalle".

M. Edstrom, "Bergman continua a scrivere della sua vecchia isola", Dagens Nyheter, 11 novembre 1969


"Dans cette série que l'on pourrait appeler 'les Quatuors de Farö' - car ces oeuvres me paressaissent construites comme une musique de chambre où la chambre, si on veut bien l'admettre, serait l'âme – Une Passion est sans doute, sinon la plus originale par l'écriture, la plus dépouillé, la plus limpide dans son propos, ce qui n'enlève rien à sa densité propre, à son impact".

M. Capdenac, "Un cri au seuil de l'enfer", Les Lettres françaises, 16 settembre 1970


A proposito di Sussurri e grida (1972):


"Tutti i miei film possono essere pensati in bianco e nero, eccetto Sussurri e grida. C'è scritto anche nella sceneggiatura, io ho sempre immaginato il rosso come l'interno dell'anima".

Ingmar Bergman


"Nei grandi film di Bergman, la vicenda è semplice, lineare, strutturata con povertà; complessi e ambigui sono invece i rapporti fra le persone, oscure e contorte le colpe dei singoli nel groviglio del male universale.
In Sussurri e grida sconvolge la perfezione formale: sconvolge perché è adoperata per esprimere il proprio contrario: il disordine del dolore; l'ambiguità dei segreti; lo strazio delle urla.
Nell'ultimo film di Buñuel, Il fascino discreto della borghesia, è raccontata la fine della società borghese; in Sussurri e grida è raccontata la medesima cosa; e d'altronde sembra sempre più difficile raccontare altro. In Buñuel la fine della società borghese è raccontata con l'ironia; in Bergman, con l'angoscia e l'idea della morte.
Bergman ha raccontato l'intera vita umana: la maternità, la vecchiaia, la follia, l'adulterio, la guerra, ma soprattutto ha raccontato la morte. L'idea della morte è nelle rughe delle mani e dei volti, nelle pieghe delle tende, nei rintocchi degli orologi; e lo sguardo che annota rughe, pieghe, vasellami, scialli e lampade, è uno sguardo estremamente nitido e chiaro, perché vuole ricordare tutto della realtà e costatarne i colori e i contorni per l'ultima volta".

N. Ginzburg, "Sussurri e grida", La Stampa, 28 ottobre 1973


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