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La dinastia del Leone

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Basta dare una rapida occhiata alla rassegna stampa dedicata a Sergio Leone contenuta nel fondo Calendoli e nel fondo Taddei per capire subito che l’uscita in sala di Per un pugno di dollari (1964), avvenne in sordina, senza alcun significativo battage pubblicitario e le grandi penne della critica cinematografica non scrissero una riga. Contro ogni aspettativa, il film ebbe uno straordinario successo di pubblico e incassò la favolosa cifra di tre miliardi di lire (a fronte dei 150 milioni spesi per realizzarlo), tanto che solo successivamente, con Per qualche dollaro in più (1965) e soprattutto con Il buono, il brutto, il cattivo (1966), si trovano articoli di una certa rilevanza - anche se molti tra questi piuttosto malevoli - sul fenomeno Leone.
In una lunga intervista di Enzo Natta al regista, apparsa su Orizzonti, il 20 marzo del 1966 dal titolo altisonante La dinastia del Leone, si racconta che il padre, Vicenzo, fu un grande scopritore di talenti (vedi lo scaricatore di porto Bartolomeo Pagano, diventato una star di primo piano grazie all’interpretazione di Maciste in Cabiria di Giovanni Patrone, 1914) e diresse la diva Francesca Bertini in ben 35 pellicole. Sergio, non da meno, iniziò a lavorare nel cinema a sedici anni, come assistente e aiuto alla regia di Carmine Gallone, Mario Camerini e Mario Soldati. Continuò poi sui set di importanti registi americani con Zinneman, Wise, e Whiler che, durante le riprese di Ben Hur (1959), gli fece girare la famosa scene delle bighe.
Dopo aver realizzato Il colosso di Rodi (1961), Leone, dei polpettoni mitologici, non ne volle più sapere e, alla timida apparizione dei primi western italiani, volle tentare di farne uno suo, ma ci mise due anni a trovare i finanziatori che producessero Per un pugno di dollari.
Riportiamo qui una parte dell’intervista e alleghiamo le schede sul regista presenti nel fondo Taddei:
E. N.: «Quando uscì Per un pungo di dollari si ebbe l’impressione che il western fosse tornato alle origini, alla sua prima maniera… ».
S. L.: «Indubbiamente, il western americano sta attraversando un periodo di crisi. […] era arrivato a un tal punto di romanticismo che aveva perso la sua autentica fisionomia e la sua carica genuina. […] Nei miei western c’è il riflesso di una autentica e disperata realtà. A questo bisogno, a questo anelito di realtà è legato il successo di questi film. Nelle storie che ho raccontato, anche se inserite nell’epoca dell’Ovest, il pubblico scopre un aggancio, un riferimento, un’identità con la realtà attuale. Sì, d’accordo il pubblico non conosce a fondo la storia del West, ma ha assorbito ugualmente questa situazione storica e oggi non accetta più la mistificazione e la leggenda colorata con toni romantici. […] Più che difronte a trovate spettacolari, ci troviamo davanti a tante piccole forme di divertissement congeniali alla vivacità della narrazione ma nello stesso tempo anche ironiche. L’accento ironico nei miei film è inoltre sempre sottolineato dal commento musicale, come quando Clint Eastwood in un secondo estrae la colt dalla fondina, fa fuoco e stende a terra quattro avversari. È questa forma di ironia che nel pubblico delle prime visioni ha determinato il successo dei miei film. […] L’ironia però va adoperata con un certo gusto e con una certa misura; bisogna sempre stare sul filo del rasoio perché diversamente si cadrebbe nella farsa.»

Michela Zegna, responsabile archivi cartacei della Cineteca di Bologna

Documenti

Schede Taddei

Tipo di File: PDF Dimensione: 5.36 Mb