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Venerdì 5 luglio 2013 16.45
Cinema Lumière - Sala Scorsese

DIMANCHE À PÉKIN / LETTRE DE SIBÉRIE

DIMANCHE Á PÉKIN
(Francia/1956) R.: Chris Marker. D.: 22’

Introduce Florence Dauman (Argos Films)

Scen., F.: Chris Marker. M.: Francine Grubert. Mus.: Pierre Barbaud. Su.: Studios Marignan. Int.: Guilles Quéant (narratore). Prod.: Madeleine Casanova-Rodriguez per Pavox Films, Argos Films. DCP. D.: 18'. Col. Versione francese / French version
Da: Argos Films
Restaurato dal laboratorio Éclair a partire dal negativo 16mm Kodachrome e da L.E. Diapason (per il suono) / Restored by Éclair laboratories from a 16mm Kodachrome negative and L.E. Diapason (for the sound)

 

Credo che Chris Marker abbia dovuto te­ner conto delle difficoltà di distribuzione di un film di più di venti minuti. Perlome­no ha saputo trasformare questa necessità in stile, al punto che il nostro rammarico cede alla riflessione. Il soggetto era così ampio che un documentario su di esso po­teva essere soltanto o lunghissimo o bre­ve. Così com'è, Dimanche à Pékin non ci lascia insoddisfatti, ma affascinati. Come Les Statues meurent aussi, film nel quale Chris Marker ha collaborato con il suo amico Alain Resnais [...], Dimanche à Pékin mi sembra corrispondere a una concezione nuova del 'documentario'. Questa parola, in questo caso troppo ba­nale, serve solo a indicare l'origine della materia prima visiva. [...] Il reportage che Chris Marker ci porta dalla Cina è un atto al tempo stesso di informazione, di poesia e di critica. Ma ciò che distingue questa impresa dalle altre che l'hanno preceduta con lo stesso intento sono i mezzi adotta­ti. Di Dimanche à Pékin si può dire senza dubbio che è un film di montaggio, ma Chris Marker conferisce a questo termine generico un significato radicalmente nuo­vo. Il montaggio nel senso tradizionale si fonda sul supporto delle immagini e sul senso che deriva dal loro accostamento. Quale che sia la funzione del montaggio, i suoi poteri derivano dall'immagine e dalla sua metrica. È in un certo senso a due dimensioni sul piano dello schermo. Se suscita, inoltre, sentimenti o idee è per induzione, come si suol dire per una cor-rente indotta. Nei film di Chris Marker il montaggio è basato su tre elementi, le im­magini, il rapporto tra di esse e quello con il commento, concepito come un'esplici­tazione dell'immagine e come elemento costitutivo del film, che non potrebbe es-sere definito senza queste tre coordinate. Di Dimanche à Pékin sarebbe anche giusto dire che si tratta sia di un'opera essenzialmente letteraria sia di un'ope­ra di natura cinematografica; ma l'una e l'altra cosa potrebbero anche essere fal­se. Abbiamo ascoltato, certamente, altri commenti brillanti, profondi e poetici [...] ma nessuno, credo, così dialetticamente legato alle immagini. Esposte e immobi­lizzate in un album, quelle che ci vengono qui proposte sarebbero talvolta molto bel­le, talvolta di una notevole banalità, ma il testo incide sempre su di esse come l'ac­ciaio della rotellina sulla selce per farne scaturire la scintilla.

André Bazin, 'Sur les routes de l'URSS' et 'Dimanche à Pékin', "France-Observa­teur", 27 giugno 1957

 

I think Chris Marker must have taken into consideration the inherent difficul­ties involved in trying to get a film dis­tributed that only lasts just over twenty minutes. In any case, he certainly knew how to transform a necessity into a style, so much so that our own sorrow gives way to reflection. The subject matter is so vast that a documentary on it could only be either extremely long or extremely short. As it is, Dimanche à Pékin does not leave us dissatisfied, but intrigued. Like Les Statues meurent aussi, a film Chris Marker made together with his friend, Alain Resnais […], Dimanche à Pékin seems to reflect a new concept of documentary filmmaking. The term ‘documentary’ is too banal to describe this kind of film. We use it here for con­venience sake to refer to the origin of the images […] The report Chris Marker brings us from China is at once a body of information, an expression of poetry and a critique. What truly distinguishes this film from predecessors produced with the same intent is the means by which it was made. Dimanche à Pékin is without a doubt a montage film, but Chris Marker imbues this generic term with radically new meaning. In a traditional sense, montage is based on what supports the images and the meaning expressed by their sequence. Whatever the function of montage editing, its power comes from the images chosen and the rhythm with which they are shown. It is in a way add­ing another dimension to the flatness of the screen. If it is further able to evoke feelings and ideas, it is by induction, like electro-magnetically induced current. In Chris Marker’s films, the montage process relies on three elements: the images, the relationship between the images and their relationship to the commentary, conceived as an explanation of the images and as a constitutional element of the film, which could not be defined without reference to these three components. We could also say that Dimanche à Pékin is essentially as much a literary piece of work as it is a cinematic one, although both of these assertions may also be false. We certainly have heard other bril­liant, profound and poetic comments […] but none have been so dialectically linked to the images. Displayed frozen in an al­bum, the images offered here are often very beautiful, and other times extremely banal, but the text rubs against them like the steel wheel of a lighter on the flint, producing sparks.

André Bazin, ‘Sur les routes de l’URSS’ et ‘Dimanche à Pékin’, “France-Observa­teur”, June 27, 1957

 

LETTRE DE SIBÉRIE
(Francia/1957) R.: Chris Marker. D.: 62’

T. int.: Letter from Siberia. Sog., Scen.: Chris Marker. F.: Sacha Vierny, Chris Marker. Mus.: Pierre Barbaud. Su.: Studios Marignan. Prod.: Anatole Dauman per Argos-Film, Procinex. Pri. pro.: 29 ottobre 1958. DCP. D.: 58'. Col. Versione francese / French version 
Da: Argos Films
Restaurato dal laboratorio Éclair a partire da un internegativo e da L.E. Diapason (per il suono) / Restored by Éclair laboratories from a internegative and L.E. Diapason (for the sound)

 

Vi scrivo da un paese lontano… Le parole che aprono il più famoso dei commenti cinematografici
sono come l’origine di una specie, il film-saggio, definito dalla molteplicità dei suoi materiali (fotografie, elementi antropologici, immagini di animali preistorici ma anche dei cani cosmonauti Laika e Mishka, incisioni, performance rituali, persino cinema d’animazione, il costante intreccio di serio e di giocoso, sempre riflettendo sull’incontro dell’antichissimo e del moderno); ugualmente rispettoso del reale e dell’immaginario (là dove la realtà meglio si rivela); con suono e immagine in costante dialogo, mentre il visivo e l’acustico si fondono dando luogo a un’arte dell’invisibile.
L’originalità di Lettre de Sibérie venne acutamente individuata da André Bazin in una recensione scritta pochi giorni prima della morte, nel 1958: “Lettre de Sibérie è un saggio in forma di reportage cinematografico sulla realtà siberiana passata e contemporanea. O ancora, adattando la formula usata da Vigo per À propos de Nice (‘un punto di vista documentato’), direi: è un saggio documentato attraverso il cinema. Dove la parola chiave è saggio, inteso nello stesso senso che ha in letteratura: un saggio storico e politico, ancorché scritto da un poeta”. O ancora: “L’elemento originario è la bellezza del sonoro, ed è da qui che la mente viene condotta verso l’immagine. Il montaggio procede dall’orecchio all’occhio”. Questa dovrebbe essere considerata come la definizione di una nuova dimensione di montaggio.
Anche le dimensioni della città di Yakutsk sono sconcertanti: il fiume che la attraversa, la Lena, è cinque volte più largo e cinquanta volte più lungo della Senna. Come osserva il regista, l’Unione Sovietica è un paese di cui si parla solo in termini d’inferno o di paradiso. Un’osservazione che acquista evidenza nella celebre immagine ripetuta di uno stesso angolo di strada, interpretato da tre diverse ‘posizioni’: la posizione comunista (qui ci si fa gentilmente gioco dello “stile documentario del realismo socialista, dove la regola è che qualsiasi immagine deve essere, come la moglie di Stalin, al di sopra d’ogni sospetto. Tutto sempre e solo positivo, all’infinito: qualcosa che suona molto strano, provenendo dal paese della dialettica”), l’antitetica posizione capitalista e infine la posizione neutrale, ben presto a sua volta oggetto d’ironia…
Di nuovo, è Bazin che sintetizza al meglio: “La sola presentazione dell’antitesi costituirebbe già una trovata brillante e sufficiente a rinfrancare lo spirito, ma rimarrebbe appunto al livello della battuta di spirito: è a questo punto che l’autore ci propone il terzo commento, imparziale e minuzioso, che descrive oggettivamente lo sfortunato mongolo come uno yakuta afflitto da strabismo. Qui siamo ben al di là dell’astuzia e dell’ironia, perché ciò che Chris Marker ci sta implicitamente dimostrando è che l’obiettività è ancora più falsa dei due punti di vista partigiani; detto altrimenti che, almeno per quel che riguarda certe realtà, l’imparzialità è un’illusione. L’operazione alla quale abbiamo assistito è dunque precisamente dialettica; è consistita nel gettare sull’immagine tre diversi fasci di luce intellettuale, e di riceverne l’eco”.
Lettre de Sibérie è la versione nobile di un travelogue, considerato di solito la forma più modesta del documentario: le osservazioni su un luogo finora mai descritto diventano, poco alla volta e misteriosamente, la più simpatetica riflessione sull’umanità e sulle sue stanze mentali, al di là dell’ideologia. Ora che la vita creativa di Chris Marker si è chiusa per sempre, possiamo constatare che Lettre de Sibérie ha mantenuto la sua posizione speciale, resta il suo viaggio più famoso: un viaggio verso nessun posto, o più precisamente al centro del mondo. La sua stessa semplicità produce un film di strana bellezza e – bel paradosso, essendo il film su un paese dominato dal compromesso – uno degli sguardi cinematografici definitivi di una sinistra irriducibile al compromesso.

Peter von Bagh

 

I am writing to you from a faraway country... The most famous of commentaries begins what is perhaps the origin of the species – the modern essay film, defined essentially by the multiplicity of materials (photos, anthropological materials, images of ancient animals as well as Laika and Mishka, engravings, ritualistic performances, even animation, the constant mix of the serious and the joyous, always wondering about the encounter between the very ancient and the modern); respecting the concrete and the imaginary alike (where reality most beautifully reveals itself); with sound track and image in constant dialogue, the visual and the aural intermingling into an art of invisibility.
The originality of
Lettre de Sibérie was best characterized by André Bazin in a contemporary review (written only a few days before his death in 1958): “Lettre de Sibérie is an essay in the form of a cinematographic report about the reality of the Siberian past and present. Or again, adopting Vigo’s description of À propos de Nice (‘a documented point of view’), I would say: an essay documented by the film. The important word, essay, is understood in the same sense as in literature: an essay that is both historical and political, and written by a poet”. And: “The primordial element is the sonorous beauty and it is from there that the mind must leap to the image. The editing is done from ear to eye”. Which should be mentioned as one definition of a new dimension of montage.
The dimensions of Yakutsk are surely perplexing; its river, called Lena, is five times broader and 50 times longer than the Seine. As the director remarks, the Soviet Union is a country that is always spoken about only in the terms of hell or paradise. This is beautifully observed in the famous repeated image where the same shot of a street corner is interpreted from three angles: the communist (mocking gently “the documentary style of Soviet social realism in which the rule was that all images, like the wife of Stalin, had to be above suspicion. Positive – Positive – Positive until infinity – something which is very strange coming from the country of the dialectic”), its antithesis or capitalist, then the neutral one, or perhaps more accurately the mock-objective.
Again, Bazin sums it up best: “The single antithesis would already constitute a brilliant find, sufficient to delight the mind, but it would remain facile, like a joke: that’s when the author gives us the third commentary, impartial and meticulous, which objectively describes the unfortunate Mongol as a Yakout afflicted with a squint. And this time we are far beyond jokes and irony, because what Chris Marker just demonstrated implicitly is that objectivity is more false than the two partisa points of view, which is to say that, at least with respect to certain realities, impartiality is an illusion. The operation we have witnessed is therefore precisely dialectical, it consisted of sending three different intellectual beams to the same image and receiving their echo”.

Lettre de Sibérie is an ennobled version of a travelogue, known as the most pitiful variation of the documentary: facts about a place that at first is simply non-descript gradually and almost mysteriously become the kindest of reflections about the people and the private chambers of their minds, beyond ideology. As the creative life of Chris Marker has ended, we can see that this film has kept its special position as his most famous trip: a voyage to nowhere, or more accurately to the center of the world, the very ordinariness inspires a film of strange beauty and – paradoxically being about a country full of compromises – one of the defining moments of a cinematographic world view that is uncompromising Left.

Peter von Bagh

Proiezioni:
Venerdì 5 luglio 2013
Cinema Lumière - Sala Scorsese
16.45
L'evento è parte di: Il Cinema Ritrovato 2013
Lettere da Chris Marker
Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
Dettagli sul luogo:
Piazzetta Pier Paolo Pasolini (ingresso via Azzo Gardino 65)

Numero posti: 144
Aria condizionata
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